Maurizio Blini


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Gepin pocavista

di Maurizio Blini


Quel giorno tirava un forte vento, il sole opaco appariva fugace e le foglie secche volavano, quasi danzando, un macabro rituale autunnale.
La scuola era iniziata da un pezzo e noi, ragazzi un po’ vivaci, cercavamo di aggrapparci furtivamente a quei brevi pomeriggi ombrosi, per sfogare la nostra irrequietezza giovanile, la voglia di giocare, di ridere, di vivere.
Sul fondo del parco giaceva immobile, come un mostro addormentato, la nostra giostra con le automobiline elettriche: il regno di “Gepin Pocavista”.
Lo chiamavano tutti così da sempre, forse per via di quegli occhiali demodè con spesse lenti che parevano fondi di bottiglia. Ad ogni primavera, il primo desiderio era rivederlo, indaffarato tra le sue, nostre, automobiline. Era un omino molto buono, gracile, schivo con i grandi, amorevole a dismisura nei nostri confronti.
Quanti bei ricordi, noi con i biglietti in mano, che anche quando non c’erano, faceva lo stesso, perché Gepin ci faceva “guidare” gratis.
Provavo un immenso piacere a parlare con lui, perché mi faceva sentire grande, mi faceva ragionare, mi rassicurava. Vedevo nei suoi occhioni dilatati dalle lenti, lampi di gioia quando, quasi cantando, urlava: “Su ragazzi, tutti a bordo che si parte per il giro del mondo! “. E noi, schiamazzando, sempre là, a passare le nostre giornate sino a tardo pomeriggio.
Era così abile nel raccontarci avventure che, spesso, riusciva a coinvolgerci ed a farsi aiutare in alcuni lavoretti, come il “ritoccare” le auto con vernice rosso Ferrari, giallo ocra, verde smeraldo…
E noi ad aiutarlo, e noi ad ascoltarlo, quasi incantati.
La sera, illuminava la giostra con così tante luci colorate da poterla vedere da molto distante. Io riuscivo a vederla dalla mia finestra e, quante volte, nelle mie notti inquiete, mi sono alzato per vedere se Gepin fosse andato a dormire.
Il tempo correva d’anno in anno, come la nostra età, e anche in quella splendida giornata d’inizio primavera, si tornava tutti insieme nel parco, correndo e chiamando a squarciagola: “Gepin, Gepin, accendi la giostra che siamo tornati! “.
Ma quel giorno Gepin non c’era e non ci fu nemmeno in quelli successivi.
Disorientati, si vagava nei pressi del “mostro addormentato” quasi a proteggerlo, nell’attesa del ritorno di Gepin.
Quel giorno non arrivò mai.
In un pomeriggio ventoso, ci dissero che Gepin non sarebbe tornato mai più; era volato in cielo, ma aveva lasciato a noi le sue automobiline… per i ragazzi del parco…
Furono giorni di disperazione che ci fecero riflettere su molte cose e ci fecero capire quanto fosse stato importante, nella nostra vita ancora acerba, quel piccolo, semplice e triste giostraio miope.
Sono passati ormai molti anni da quel tempo e, quasi per caso, mi ritrovo in quel luogo ormai così diverso e pigro. Chiudo gli occhi e cerco di ricordare intensamente, anche solo per pochi istanti, quei momenti, quei suoni, quelle luci. Il vento lambisce il mio volto di uomo ed i profumi intensi delle foglie secche mi avvolgono in un vortice di malinconia. Una lacrima lenta e calda mi riporta alla realtà, una realtà che mi appare così distante, così vuota.
...ma il tempo corre, veloce, inesorabile, e non si ferma mai, neanche quando tu vorresti. Mi allontano in silenzio da quel prato, quasi con rispetto, mentre tutt’intorno, la città rumorosa e prepotente si sveglia. Inizia un nuovo giorno, uno come tanti…
Di Gepin e della mia infanzia, non restano che dolci ricordi.

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