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di Maurizio Blini
Come ogni anno, ad “Ognissanti”, c’era il rito quasi istituzionalizzato. Tutti a casa di zia Maria nel paese di Santo Stefano Belbo a mangiare infinite quantità di bollito, accompagnate da intingoli vari, annaffiate da un pastoso barbera “produzione propria”.
Come ogni anno, i parenti vicini e lontani si ritrovavano con il loro anno in più sulle spalle, con i loro soliti problemi, con i loro comici pettegolezzi.
E come ogni anno, a tavola si parlava dei vecchi sempre più vecchi e dei giovani sempre meno giovani. Una sorta di teatrino familiare con un unico, perenne, noioso copione.
Il rituale si compiva con assoluta regolarità: l’arrivo, le chiacchiere con i soliti sorrisi e frasi di circostanza, il pranzo, la finzione di un’unione familiare che appartiene ormai soltanto alla storia, l’ostentata, presunta o reale ricchezza di taluni nei confronti dei talaltri, i punti di arrivo: “…sai, mio figlio frequenta il liceo…”, o peggio, con oculato senso di sufficienza, “…il mio, l’università..” in una perenne rincorsa all’autoaffermazione che lasciava i soliti cadaveri sacrificali sul terreno.
E tutto questo sotto lo sguardo severo del nonno, che singolarmente ripeteva:
- Ricordatevi che siete tutti nati in una mangiatoia… Tutti!.-
Il pomeriggio, l’appuntamento comune del paese era al camposanto. Non per pregare, riflettere, ma per continuare la primitiva guerra d’autoaffermazione iniziata a tavola: ” ma lo sapete che il figlio di Maina si è comprato la Ferrari?…e quello di Bracco si è laureato in farmacia?… Davvero?…ma se è sempre stato un fannullone!…”.
Un salotto da mercato dei buoi, da bar dello sport, da cremeria del centro, tutti fisicamente trasportati contemporaneamente all’interno di un piccolo cimitero di paese.
Tutto questo per buona gloria dei santi e dei defunti.
Ma questo clima d’ipocrisia e falsità, quell’anno non mi era sfuggito.
Avevo ormai quattordici anni compiuti, un volto da bambino duramente provato da numerosi brufoli, un corpo ormai da uomo. Non ero e non mi sentivo più un ragazzino, ma ero e sarei rimasto per tutti il piccolo Alberto, il cucciolo di famiglia.
Eppure, proprio quell’anno, a differenza di quelli precedenti, mi sentivo terribilmente cresciuto e, con molta attenzione osservavo, in modo critico, quella che, a mio parere, era un’enorme finzione.Sin da piccolo giungevo al cimitero insieme al nonno ed anche quella volta, la sequenza del vecchio ed il bambino che andavano camminando assieme, silenziosi, assorti nei loro pensieri molto distanti, si andava ripetendo.
Dopo una sorta di rispettosa titubanza, ruppi il silenzio:
- Sai nonno, non capisco perché mi fanno studiare che gli uomini sono tutti uguali quando in realtà, ognuno cerca d’essere diverso dall’altro, magari superiore all’altro…-
Questa è la vita ragazzo. - disse il nonno - Ogni uomo appartiene ad una classe sociale che difficilmente cambia nella vita e le classi sociali cercano di dominarsi l’un l’altra nel corso del tempo. Di norma vince chi ha più potere, chi ha più prestigio, chi ha più denaro. Ma, grazie a Dio, tutto questo finisce proprio qui, quando si muore. Di fronte a Lui, torniamo ad essere tutti uguali! Questa è la vera giustizia ragazzo!
Improvvisando una smorfia annuii non molto convinto e, dopo un’ennesima pausa, replicai:
- Sarà…ma, allora, perché chi entra in un cimitero deve continuare ad avere l’impressione che gli uomini siano divisi in classi? Perché anche qui vedo povere tombe nella terra, loculi ben adornati e sepolcri di famiglia con monumenti e cappelle private? Non hai appena affermato che giustizia significa anche ottenere pari dignità almeno da morti? Perché chi è stato ricco, chi ha detenuto potere deve ostentarlo anche dall’aldilà? Non sarebbe più giusto veder tombe uguali con magari, fianco a fianco, un padrone ed un operaio, un uomo importante ed un uomo qualunque?
- Vedi, piccolo Alberto… - con un sorriso sul volto e con molta calma il nonno riprese - … hai ragione… Ma io parlavo di giustizia celeste, ultraterrena… Il mondo dei vivi è tutta un’altra cosa: è finto, …al contrario, …allo specchio. Un’enorme contraddizione.
Rincalzai, quasi alzando la voce:
- Nonno, sei veramente sicuro di quel che dici?-
Lo sguardo di noi due si fuse in un’unica espressione.
Tutt’intorno, finite le chiacchiere, le gente man mano si allontanava con la promessa di rivedersi l’anno venturo. La nebbia calava su questo strano sipario dandogli un’atmosfera quasi irreale. Il preludio ai saluti, anch’essi rituali, si andava consumando.
Baciai con tenerezza le guance scavate del nonno. Sentii la sua pelle ruvida e gelida. Lo guardai nuovamente negli occhi dicendogli:
- Caro nonno, questa volta non mi hai convinto. L’anno prossimo farò di tutto per non tornare qui…almeno in questo giorno.-
Lui mi prese il viso tra le mani e lentamente sussurrò:
- Vedi, la tua è un’età in cui ci si fanno grandi domande che quasi mai trovano risposta. Anche tuo padre c’è passato: i perché, i percome, se è giusto o sbagliato… Poi, il tempo passa ed i problemi di tutti i giorni ti faranno dimenticare i problemi del mondo, della società, della giustizia, dell’eguaglianza…. E’ l’alba di una fase della tua vita, quella dei grandi ideali… Ma poi verrà una ragazza, una bell’auto, il lavoro, la casa, i figli e … tutto il resto, conterà molto meno. E’ una ruota che gira e che continuerà a girare anche senza di noi… e lo sai il perché? Te lo ripeto, perché il mondo è finto, la vita è … un’enorme bugia!-
Trangugiai quasi a voler inghiottire il mio disappunto e, mentre volgevo sulla strada del ritorno, mi voltai improvvisamente gridandogli:
- Nonno! Pensaci bene, ma se la vita è un’immensa bugia, in cosa devo credere io?
Il nonno non rispose ma, assalito da nuovi pensieri, si dileguò nella nebbia.
Quella notte, entrambi non dormimmo.