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di Maurizio Blini
Premessa
Nell’immaginario collettivo è radicata la figura del “vecchio babau”, chiamato anche “uomo nero” e chissà in quanti modi diversi e lontani tra loro.
Egli compare nella nostra infanzia, con prepotenza, forza, fattezze misteriose e spesso mostruose. Ci è imposto dai grandi per impedirci di andare oltre, di sapere qualche cosa in più, per obbligarci ad ubbidire, altrimenti….
Ed egli compare puntualmente di notte o negli angoli bui della nostra vita…fa parte di noi, è parte di noi. Il vecchio babau è colui che ha forza, potenza e punisce i cattivi.
Noi non sappiamo, da piccini, quali sembianze abbia in realtà e, questo, invigorisce ancor più la nostra immaginazione. Allora lo inventiamo noi; e lo dipingiamo nella nostra mente, grande, con la barba lunga e gli occhi da demonio, occhi che ti scrutano e sanno leggerti dentro. Lo immaginiamo anche con i capelli e la barba lunghi…un po’ estroverso.
Da piccini, quando combinavo qualche marachella anch’io finivo vittima di questa distorsione culturale. A letto, quasi non respiravo e, tutto sudato, cercavo di cacciare via dai miei pensieri quest’ombra nella notte. Dentro di me la voglia di guardarlo in viso e sfidarlo – magari non è cattivo come si dice – fuori di me la paura e la consapevolezza di essere solo contro me stesso.
La storia
Quel giorno arrivai ad Alessandria quasi in punta di piedi. Avevo sperato fino all’ultimo di essere trasferito a Torino e invece eccomi li, in una città a me sconosciuta e da cui avrei cercato ben presto di fuggire.
Il Questore ci ricevette, eravamo in due, appena giunti dalla scuola di specializzazione Polgai di Brescia. Eravamo investigatori novelli o “polgaini” come amavamo definirci un po’ noi tutti per poterci distinguere dagli altri. La voglia di fare era tanta e non si vedeva l’ora di cominciare.
Avevo iniziato questa professione alla scuola di polizia di Vicenza per poi finire a Roma, Milano e Brescia.
Ovunque il solito ambiente, i soliti ruoli, soliti colleghi ed i soliti dirigenti…
E quel mattino, i rituale, un po’ si ripeteva: presentazioni, cosa ti piacerebbe fare, cosa facevi prima..etc.
Io non ero intenzionato per motivi pseudo-ideologici, ad inserirmi in un contesto professionale di natura politica e, pertanto, ero fortemente intenzionato a chiedere di essere assegnato non alla Digos ma alla squadra mobile e magari alla narcotici. Fu l’ultimo mio pensiero prima di varcare una soglia che varcherò altre migliaia di volte negli anni a venire: l’ufficio del Dottor Maddalena, Dirigente della Digos.
Entrammo come da rito e me lo trovai di fronte. Capelli lunghi, barba lunga e incolta, collanine varie, vestito casual, sguardo quasi indispettito dalla nostra presenza. Lui scelse me ed io scelsi lui.
Era il periodo del terrorismo vero, quello delle pistolettate e noi, la squadra del dr. Maddalena, come esaltavano i quotidiani del tempo, eravamo un bel gruppetto di amici; anche noi tutti capelli e collanine, così come lui, il nostro capo.
Non so cosa sia scattato in quel periodo e, dopo tanti anni, ancora mi chiedo cosa abbia fatto scattare quella molla in noi; una cosa è certa, avremmo dato volentieri la vita tutti quanti per il nostro capo.
Si può e fino a che punto può essere dignitoso amare un proprio dirigente?
Eravamo ormai una famiglia, sempre insieme e lui, astuto, ammiccante, audace, severo intransigente ed estroverso, un po’ artista, a divertirsi a fare il capobanda.
Il mattino, di consueto, andavamo a “prenderlo” – si usa ancora in gergo – con la scorta.
Io spessissimo guidavo la prima auto, quella con lui a bordo.
Ho convissuto con le sue battute, le sue esternazioni, i suoi silenzi per anni. Si parlava del più e del meno e, spesso, lui sbottava con un: “ ..Blini, sei fazioso!”.
Gli occhi gonfi erano una sua prerogativa. Dormiva poco e ci faceva dormire poco.
Spesso nei suoi lunghi silenzi guardava il vuoto ed io, quante volte a chiedermi dove fosse in quel momento.
Era circondato da tutti; da noi, la sua squadra che lo adorava e da un manipolo di personaggi da operetta, alcuni squallidi servi sciocchi ed altri ancora.
Alle otto e trenta del mattino, si consumava il classico rituale di iniziazione: il caffè.
Il capo in testa, sempre un po’ eretico nel vestire – per un certo tempo indossò una orribile giacca a quadrettoni dal fondo rosa, ma nessuno ebbe mai il coraggio di farglielo notare – era di norma seguito con devota distanza dallo stato maggiore, funzionari e dalla squadra al completo. Meta era l’ambito bar Roma non molto distante dalla Questura. Dopo, tutti al lavoro. La sera, il capo faceva notoriamente incazzare l’autista e la scorta di turno. Infatti, mentre tutto – o quasi – il personale terminava alle ore 20.00, il buon capo della Digos “subiva” perenne processione di belle donne spesso fino ad ore umanamente intollerabili.
Ciò nonostante, era sufficiente un suo complimento furbesco, un suo ammiccare con noi che tutto passava. Quante volte però non abbiamo più cenato!
Un uomo potente, fortunato, ammirato ed amato, eppure un uomo a volte solo, seppur in mezzo a tanta gente. Un uomo in crisi nel suo dolore – la figlia mai nata – e ripiegato su se stesso, nelle sue intimità, rigorosamente solo sue.
Un uomo che incuteva timore quando voleva e che spesso giocava con questo suo aspetto che lo difendeva e esponeva da tutto ciò che un uomo non deve essere in polizia; dolce, romantico sensibile ed artista. Per molti era come il vecchio babau; rispettosi e devoti per paura.
Un giorno finimmo in Tribunale per un processo, lui, il capo, un terrorista e due di noi. Date le sembianze non dissimili, barbe e capelli, il Presidente chiese al cancelliere chi dei quattro fosse l’imputato... Ridemmo di questa cosa quasi come se avessimo combinato l’ennesima marachella.
A questa figura che, per tutti noi, forse perché lontani da casa e dai nostri affetti, era divenuto una sorta di padre, di fratello, comunque un punto di riferimento e di certezze, mi ci ero affezionato davvero. Incredibile. Una sorta di sindrome di Stoccolma? Eravamo un po’ tutto ostaggi del suo personaggio e del suo vivere la vita. Che tutto ciò sia servito ad esorcizzare le mie paure?
Tanti episodi mi tornano alla mente, seri, meno seri, banali, come quando lui mi spiegò il cruscotto delle nuove fiat ritmo che ci avevano consegnato ed io finsi di non capire…e tanti altri.
Sono passati molti anni ormai e, nel corso delle mie esperienze, ho conosciuto molte persone nuove e altrettanti dirigenti o pseudotali…
Non sono più riuscito a ritrovare un vecchio babau a cui voler bene.